Le estati registrano sempre più frequentemente temperature critiche nelle città italiane, con valori superiori ai 40 °C per più giorni consecutivi e gravi ripercussioni sulla salute pubblica.
Il riscaldamento globale non può essere definito come un fenomeno neutro: nei contesti urbani esso amplifica la “povertà estiva” o povertà di raffrescamento (cooling poverty), una forma emergente di disuguaglianza sociale ed energetica che impedisce ai ceti più vulnerabili di difendersi dalle ondate di calore.
A surriscaldare i centri abitati contribuisce in modo decisivo l’effetto isola di calore urbana, che rende le città più calde rispetto alle campagne circostanti anche di 4 °C. Ciò è dovuto a cementificazione, scarsità di aree verdi, densità abitativa, traffico e calore rigettato dai condizionatori, tale fenomeno genera marcate disuguaglianze tra quartieri.
Inoltre nelle zone benestanti la presenza di parchi, la ventilazione e la climatizzazione mitigano le temperature mentre nei quartieri a basso reddito la mancanza di verde e di soluzioni di raffrescamento aumenta l’esposizione al caldo e il rischio di malori.
Come evidenziato da una campagna di Legambiente, la povertà di raffrescamento riguarda l’incapacità di mantenere una temperatura vivibile in casa (accedendo ad aria condizionata, deumidificatori o ventilatori), ma investe anche gli spazi pubblici e i servizi di quartiere non progettati per garantire il diritto al raffrescamento.
A quantificare le dimensioni di questa disparità è stata una ricerca guidata da Enrica De Cian, professore ordinario del Dipartimento di economia dell’Università Ca’ Foscari di Venezia (pubblicata a luglio sul Journal of Environmental Economics and Management) su un campione globale di circa 700.000 famiglie in 25 Paesi.
Lo studio dimostra che possedere un condizionatore aumenta il consumo medio di elettricità delle famiglie del 36%, con picchi del 57% nei periodi più caldi. L’aria condizionata rappresenta l’elemento principale nell’aumentare la domanda elettrica residenziale e l’onere economico è fortemente regressivo, e mentre le famiglie ad alto reddito destinano all’aria condizionata tra lo 0,2% e il 2,5% della spesa totale, le famiglie più povere con condizionatore arrivano a spendere fino all’8% del proprio bilancio per l’energia di raffrescamento.
Alla luce dei dati descritti è evidente che la cooling poverty è una vera e propria emergenza sociale e sarà necessario un cambio culturale e di governance complessiva. L’approccio attuale, basato sull’iniziativa del singolo cittadino tramite l’acquisto privato di condizionatori, può generare un circolo vizioso che aumenta le emissioni nocive per l’ambiente e la salute dei cittadini, congestiona la rete elettrica, surriscalda ulteriormente le città ed aumenta i fattori di rischio finanziario ed economico per il bilancio familiare.
La transizione verso fonti rinnovabili diffuse, Comunità Energetiche Rinnovabili (CER) e Positive Energy Districts (PED) non è soltanto una misura ambientale, rappresenta una misura strutturale di redistribuzione economica e si dovrà basare su interventi atti a ridurre il differenziale termico, energetico ed economico tra classi contribuendo a prevenire situazioni di sofferenza finanziaria e/o di sovraindebitamento delle famiglie.
Per colmare in modo incisivo il divario tra ceti sociali nell’accesso alle risorse di raffrescamento e al benessere abitativo estivo, si possono mettere in campo diverse linee di intervento a partire da alcune politiche di welfare energetico rimodulando ed allargando i bonus sociali elettrici nei mesi di picco termico (invernale-estivo), parametrando i contributi in base all’ISEE, alle zone climatiche e alla presenza di persone fragili (anziani, malati cronici) ed indirizzando i fondi pubblici di efficientamento e ristrutturazione in primis sul patrimonio abitativo pubblico e sui quartieri popolari, garantendo isolamento termico passivo (cappotti, schermature solari, ventilazione incrociata).
Inoltre, per alleviare i problemi contingenti, si potranno introdurre delle moratorie sul distacco dell’energia elettrica per le morosità incolpevole durante i mesi più caldi per i nuclei familiari vulnerabili e riprogrammare la piantumazione di alberi, tetti verdi e la de-pavimentazione con criteri di equità territoriale, concentrando le risorse dove l’effetto “isola di calore” colpisce di più e dove il verde pubblico è carente.
La conversione di spazi pubblici (biblioteche, centri civici, centri anziani, scuole) in ambienti refrigerati ad accesso gratuito, alimentati da impianti fotovoltaici, che possano fornire riparo e servizi di assistenza durante le ore di picco è un altro dei possibili interventi teso a rendere meno impattante la cooling poverty e a ridurre le evidenti differenze economiche e sociali. Concludendo le riflessioni sui dati citati resta evidente il peso crescente della componente energia nell’ambito della mission del progetto Riparto per la lotta povertà e la prevenzione di situazioni di sovraindebitamento.







